L’intervista all’attore Massimo Sconci

L’ attore, Massimo Sconci, ha avuto una parte nella terza serie di Gomorra, in onda su Sky Atlantic. Qui sotto potete leggere la sua intervista…

Ciao Massimo, raccontaci un po’ di te, del tuo percorso di studi professionale:

Sono nato e cresciuto all’Aquila fino all’età di 20 anni. Sin da bambino a scuola ero solito grattarmi la testa e fare battute a doppio senso, per molti incomprensibili e inadeguate. Per questo, nonostante il segno zodiacale del Leone, venivo deriso e messo all’ultimo banco.

Un talento però ce l’ho sempre avuto: ricordavo a memoria tutte le battute dei film che mi piacevano. Il mio sogno da grande era di diventare scienziato o pizzaiolo. La mia mamma avrebbe preferito vedermi medico milionario, però detestavo i camici bianchi. A 12 anni, insieme ai miei (pochi) amichetti, dirigevo e interpretavo un film slasher senza mai completarlo, nonostante gli sforzi. Nel cast c’era anche un bimbo divenuto oggi matematico di fama mondiale. Nella sceneggiatura era il primo a morire.

Cominciai a fare teatro al liceo perché mi piacevano le ragazze del corso. Finì che presi la laurea Magistrale in Cinema Televisione e Produzione Multimediale presso il Dams di Roma tre, e poi terminai anche l’Accademia di Recitazione diventando attore (laureato) professionista. Le ragazzine del corso di teatro al liceo non le rividi mai più. Fu così che caddi in depressione, sognando di nuotare nudo nell’oceano. Per rimanere sveglio, ho cominciato a scrivere e inscenare i miei testi da solo. Quando me lo chiedono, dico sempre che sono di Roma, dove vivo da sette anni. Un po’ di tempo fa ruppi un grosso specchio.

La verità è che porto sempre nel cuore il Capoluogo d’Abruzzo. Per garantire un futuro all’Aquila, dopo il terremoto del 2009, ci vuole tanta buona volontà da parte di tutti i cittadini, me compreso, e personalmente, spero anche in un po’ di culo.

Dove nasce questa passione per la recitazione:

Prima scherzavo. Non cominciai i corsi di teatro al liceo perché c’erano tante ragazze. In realtà mi ero innamorato solo dell’insegnante. Io la assecondavo su ogni indicazione che mi dava, anche se non ci capivo niente. Nonostante la differenza di età, pur di conquistarla scrissi da solo un testo tutto mio, e lo portai in scena per il saggio di fine anno. Non feci colpo su di lei come avrei voluto, ma presi per la prima volta gli applausi da quasi tutte le compagne di scuola, che prima di allora non mi filavano neanche per sbaglio. Da allora mi sono detto: “recitare mi piace, voglio imparare!”

In una fase successiva ho deciso di approfondire il percorso perché, quando reciti per professione, o almeno ci provi, hai l’opportunità di poter vivere per un tempo più o meno lungo altre vite, e puoi scoprire se ti piacciono. Da lì in poi questo mestiere è stato sempre una continua scoperta.

In quest’ultimo anno con il teatro ho scelto di dedicarmi, in maniera più approfondita, all’impegno civile. Almeno quando lavoro su dei progetti che scrivo e invento da solo. Acquistando più esperienza nel tempo, comunicare un messaggio sociale concreto al pubblico mi è sembrata l’espressione artistica più sensata da portare sulla scena. In una fase storica in cui, almeno a mio avviso, fin troppi teatranti si parlano addosso, non credo che l’arte possa concretamente migliorare il mondo. Ma se sviluppata come forma di comunicazione efficace, di certo può stimolare le menti a delle riflessioni etiche che non sembrano più appartenere a questo periodo storico orribile.

L’artista che ammiri di più?

Bansky. Per me un genio della contemporaneità. Ha capito meglio di chiunque altro quanto sia importante comunicare un preciso messaggio, bene o male che se ne parli, piuttosto che concentrarsi sul valore estetico di una propria opera. Non è certo un discorso così semplice ma, dalla scelta dell’anonimato alla distruzione in pubblico del suo stesso quadro, credo abbia dimostrato al mondo come la funzione dell’arte non è più quella di elevare lo spirito, ma di far discutere.

Cosa senti quando reciti?

Sto lì, tutto rigido. Ma dopo che ho iniziato, dimentico qualunque cosa. Sento che tutto il corpo cambia, e dentro di me si accende una scintilla di follia che è difficile poter mostrare nella vita comune. Tutto il resto può scorgerlo il pubblico. Penso sia molto più importante capire se loro hanno “sentito” qualcosa vedendo te. In sala, di fronte alla gente, c’è solo un tipo che parla e si muove su un piano rialzato. Ma se diventi abbastanza bravo, allora puoi sorprenderli, e puoi vedere qualcosa di molto speciale. E’ quello sguardo sui loro volti.

Hai altre passioni?

Fin troppe. Più di tutte non abbandono mai la mia grande passione per il Cinema. Pulp Fiction di Tarantino prima e Mulholland Drive dopo. Tutti gli altri film, seppur bellissimi, erano solo amori passeggeri.

Con chi vorresti recitare?

Avrei tanto voluto lavorare con Gian Maria Volonté, anche solo conoscerlo sarebbe stato un immenso onore.  Un modello di uomo e di artista, e un italiano d’altri tempi. L’attore più rivoluzionario, perché la sua arte si ispirava alla vita. Oggi la vita degli attori si ispira alla televisione. Sia chiaro, penso ci siano tanti colleghi bravissimi. Ma di certo i grandi interpreti del passato avrebbero pensato di sedimentare un terreno migliore per il futuro.

Cosa ti piace e cosa detesti?

Adoro le donne, nell’aspetto e nel carattere.  A differenza di molti italiani, detesto le partite di calcio. Ci sono tante altre cose che non mi piacciono. Ad esempio, odio la maleducazione. Per come la vedo io, questo paese non educa più le nuove generazioni, ha smesso di essere civile. Un tempo, cedere il passo a una signora e dare del Lei ai più anziani era un dovere etico. Chi lo fa oggi, rischia di farsi bollare come un disadattato. Personalmente, lo trovo ridicolo. Dimenticavo, mi piace tanto accarezzare il velluto e schiacciare il pluriball!

La tua donna ideale?

Claudia Cardinale, icona e diva del vero grande Cinema italiano. La vera e propria “pupa” d’altri tempi.

Qual è la parte che senti più tua? Quella del bravo ragazzo o…

I buoni a lungo andare diventano noiosi… i cattivi invece piacciono sempre, preferisco interpretare loro. In particolare se sono dei villain psicopatici, è troppo divertente! Nella realtà di tutti i giorni, mi ritengo una persona molto complessa, spesso è difficile riuscire a catalogarmi per chi inizia a conoscermi. A volte io stesso, in buona o cattiva fede, mi stupisco di quello che faccio. Chiariamoci, sono senz’altro una persona buona, ma ho un lato oscuro molto misterioso che non reprimo mai del tutto. Diciamo che da bravo ragazzo durante il giorno vivo meglio. Ma se faccio il cattivo, la notte, mi diverto molto di più.

In futuro hai dei sogni nel cassetto?

Avrei mille fantasiosi progetti e idee per immaginare un mondo migliore. Ma se noi tutti riuscissimo ad addormentarci sereni, senza tutte le ansie per il giorno dopo, potremmo sognare molto meglio di fianco ai nostri cassetti.

Massimo Sconci

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