
L’intervista agli InDAroots Project
Best Entertainment Intervsita agli InDAroots Project
InDAroots è il progetto musicale nato a Milano nel 2016 dall’incontro artistico tra il contrabbassista jazz Cristiano Da Ros e la cantante Gabriella D’Amico. Il duo ha unito due percorsi musicali ricchi e strutturati per dare vita a una sintesi originale che fonde le rispettive radici jazz e classiche con la passione per la musica elettronica e d’autore. Grazie a Clarissa D’Avena di Red Blue Music noi di Bestentertainment pubblichiamo con piacere la loro intervista, buona lettura…
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Ciao raccontateci un po di voi: da dove arriva il nome del duo e come vi siete formati?
Ciao! Siamo Gabriella e Cristiano, insieme siamo IndaRoots Project. Il nome viene da “InDA Roots”, che originariamente era il nome del nostro progetto e poi è diventato il nome del duo. Lo abbiamo scelto perché esprime il ritorno alle radici (roots) del suono – voce e contrabbasso – che abbiamo deciso di sperimentare quando abbiamo scelto di suonare solo con questi due strumenti, sulle quali però abbiamo innestato qualsiasi cosa ci incuriosisse. Ci siamo incontrati per caso, su un palco a Milano, nel 2016. Entrambi suonavamo già, ma poi abbiamo capito che insieme avremmo potuto dare vita a qualcosa di completamente diverso, un esperimento che, per fortuna, non si è ancora concluso.
Quali sono i vostri modelli?
I nostri modelli sono tutti esploratori di mondi sonori. Nel jazz, adoriamo la potenza teatrale di Charles Mingus e il genio anticonformista di Thelonious Monk. Nel rock e oltre, ci ha segnati la psichedelia visionaria dei Pink Floyd e dei Jefferson Airplane, e il camaleontismo di David Bowie, la forza espressiva di PJ Harvey. Nell’elettronica, amiamo chi tratta il suono come materia viva, come Björk. Sono modelli che ci insegnano una cosa sola: essere fedeli alla propria visione, costi quel che costi.
Com’è la vostra giornata perfetta?
Una giornata “perfetta” inizia con molto silenzio intorno e un lungo caffè. Poi la colazione. Io, Gabriella, durante il lungo caffè, scrivo tre pagine ogni mattina che sono un modo per entrare in contatto con la mia creatività, intesa in senso molto lato e questa è una cosa che faccio davvero, al di là dell’ideale di giornata perfetta, e che trovo davvero molto utile. Poi, tornando alla giornata “perfetta”, del buon tempo speso in studio a provare idee senza fretta, dove un errore può diventare la svolta. Del tempo per affinare la tecnica dei nostri strumenti (che non è mail fine a sé stessa, ma diventa il viatico per la nostra ricerca). Nel pomeriggio, magari una passeggiata in un posto verde o lungo un corso d’acqua. La sera, un concerto che ci emozioni, un buon film, cucinare insieme per amici ascoltando dischi a caso e del tempo per la nostra intimità. Questa sarebbe proprio una giornata perfetta!
Parlateci del vostro album…
Il nostro nuovo album si chiama “Feeling Bleeding Rising Shining”. È un viaggio in quattro capitoli attraverso la trasformazione interiore. È il nostro primo lavoro interamente in inglese, e per noi rappresenta il punto in cui il nostro suono – voce, contrabbasso ed elettronica – ha finalmente trovato un equilibrio e un sound la cui peculiarità ci è viene riconosciuta. Parla di vulnerabilità, perdita, rinascita e di quella luce strana che brilla dopo aver attraversato il buio.
Quale genere di musica ascoltate?
Ascoltiamo tutto ciò che crea un mondo. Jazz contemporaneo, elettronica ambient e sperimentale, rock psichedelico, cantautorato ricercato, musica classica del ‘900, world music… Non ci interessa il genere, ci interessa la capacità di trasportarci altrove. In macchina potreste trovare di tutto, da David Bowie ad Avishai Cohen, dai Radiohead ai Pink Floyd, dai Jethro Tull a Björk, da Monk a Brad Meldhau, da PJ Harvey ai Brass Against.
Avete degli hobby?
Leggere, il più possibile, ascoltare musica, se live, ancora meglio, conoscere bella gente che condivida una visione di vita simile a quella che abbiamo noi e cioè che ami la bellezza, l’arte, il pensiero critico, la scoperta di sé e la trasformazione al di là dei limiti imposti dalle strutture in cui siamo immersi. E poi il cinema, le mostre (a Milano c’è davvero tanto di interessante da questo punto di vista e noi facciamo man bassa), la natura. Passeggiare nella natura. Lo facciamo troppo poco, ma quando decidiamo di mollare gli strumenti e andare, ne guadagniamo… anche in ispirazione.
Libro o film che consigliereste?
Difficile scegliere solo un libro e solo un film. Ma facciamo lo strenuo tentativo! Libro: “Il Maestro e Margherita” (perché è un testo surreale e visionario e, anche se un po datato, gustosissimo da leggere). Film: “Poor Things”, di Yorgos Lanthimos – perché è un film sulla creazione di un linguaggio e di una coscienza nuova, un esperimento gioioso e grottesco sulla metamorfosi dell’identità. La sua estetica visiva surreale e la ricerca di una soggettività libera risuonano profondamente con il nostro modo di intendere la musica.
Chi vi ha sempre sostenuti?
Prima di tutto, noi stessi, a vicenda. È il sostegno fondamentale ed è indispensabile in un mondo come quello della musica che, diciamolo pure, non ti regala proprio nulla. Poi i nostri amici – musicisti e non – e tutti quelli che credono nella nostra musica e la producono, la raccontano (come state facendo anche voi), la portano sul loro palco. Non ultimo, il nostro pubblico, quella comunità di ascoltatori curiosi che sceglie di accompagnarci nel nostro viaggio, magari inizialmente un po dubbioso, ma poi entusiasta. Questa è davvero la nostra linfa.
Come siete caratterialmente? Pregi e difetti?
Gabriella: sono passionale, caotica, molto tenace e, come dice Cristiano, “non mollo mai!”. Questo può essere un pregio, ma anche un difetto (uno dei miei tanti). A volte sarebbe necessario mollare, in generale nella vita intendo, ma io ci riesco poco. Resto là, pensando di poter dare forma alle cose come le ho in testa io e se questo non mi riesce insisto e insisto e insisto. Ha i suoi vantaggi questo modo di essere, ma alla lunga, onestamente, stanca (anche me!).
Cristiano: sono razionale, molto riflessivo, analitico e preciso (a volte pure maniacale e questo esce fuori anche nel mio modo di vivere la musica). Credo che un mio pregio sia la capacità di vivere il presente e questo mi rende piuttosto “zen” nei confronti della vita e anche delle difficoltà che ti pone davanti. Di contro, sono veramente testardo e, anche se non succede spesso, quando mi arrabbio, mi arrabbio tantissimo!
Che sensazioni provate quando vi esibite?
È una sensazione di totale presenza e, allo stesso tempo, di leggero distacco. Si crea un circuito di energia tra noi due sul palco che è quasi telepatico, e un altro circuito con il pubblico. Una strana forma di caos ordinato: sappiamo da dove partiamo, ma non dove andremo a finire. C’è adrenalina, vulnerabilità, e una gioia profonda quando senti che il pubblico è lì con te, in quel silenzio carico, in quella risata condivisa (si, ridiamo parecchio e, di solito, parliamo con il nostro pubblico), negli applausi. È la nostra forma di magia.
Progetti futuri?
Stiamo per portare “Feeling Bleeding Rising Shining” in tour con un concept live un po speciale e interattivo (ma non spoileriamo!). E già stiamo lavorando al prossimo capitolo, un progetto divertente (almeno per noi!) ispirato all’universo pittorico e letterario di Leonora Carrington, dove esploreremo un suono ancora più libero e onirico e un altro, dove intendiamo esplorare sonorità più blues, sempre in abbinamento con l’elettronica.
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