
Intervista a Francesca Bruni
Best Entertainment Intervista Francesca Bruni
Francesca Bruni è un’attrice e regista che da anni lavora sulla scena teatrale tra Roma e Ginevra. Con la sua casa di produzione Pont d’Art Italia, realizza spettacoli e progetti artistici che mettono al centro la parola, il corpo, e lo sguardo delle donne. Dopo aver interpretato figure storiche e tragiche come Maria Antonietta e Francesca da Rimini, ora porta in scena un testo originalissimo e attuale: Il mostro dagli occhi verdi, un monologo brillante e amaro, che parla di amore malato, gelosia, manipolazione e libertà.
Video
Com’è nato questo spettacolo e perché sentivi il bisogno di raccontare proprio questa storia?
È nato da un’urgenza. Purtroppo ho vissuto in prima persona alcune delle dinamiche che racconto in scena. Volevo trasformare quelle esperienze in qualcosa che potesse far riflettere, ma anche
sorridere. È stato il presente a darmi la spinta definitiva: i femminicidi continui, i commenti pieni di odio che leggo sui social, la cattiveria gratuita, il sessismo dilagante. Questo spettacolo è la mia risposta.
Il titolo ‘Il mostro dagli occhi verdi’ è un richiamo preciso all’Otello di Shakespeare. Perché proprio questo riferimento?
Perché Otello è il simbolo della gelosia cieca che diventa ossessione, che confonde amore e possesso. Quel mostro è ancora vivo, oggi. Ma ho voluto raccontarlo con ironia, perché la risata a volte apre spazi dove la denuncia da sola non arriva.
Nel tuo monologo interpreti otto personaggi, per lo più femminili. Chi sono queste figure e cosa rappresentano?
Sono figure molto diverse tra loro: c’è Chiara che vuole fare l’attrice, ma ha cominciato a balbettare da qualche anno e non ricorda perché, Loredana la tifosa romanista che non riesce ad avere relazioni perché soffre di una gelosia patologica, Sara la più giovane fa la ballerina ed ha alle spalle una relazione con un uomo violento, Rosaria, la più grande d’età, ma che racconta la sua storia con grande lucidità e tante altre che vi lascerò scoprire a teatro. Tutte donne che si difendono, che raccontano, che cadono e si rialzano. Attraverso di loro si snoda una storia corale che unisce amore, dipendenza, fragilità e bisogno di riscatto.
Hai portato lo spettacolo in scena più volte a Ginevra, anche con il patrocinio del Consolato Italiano. Come ha reagito il pubblico finora e che tipo di pubblico ti aspetti in Italia?
Il pubblico ha reagito sempre con grandissima partecipazione. Molte donne si sono commosse, alcuni uomini mi hanno detto di essersi riconosciuti in certe dinamiche e di aver avuto voglia di parlarne. C’è sempre un silenzio molto forte a metà spettacolo, e poi un lungo applauso alla fine che è quasi liberatorio. È un viaggio che il pubblico fa con me. Ho ricevuto tanti messaggi dopo ogni replica: chi si è commosso, chi ha provato rabbia per quelle storie e al tempo stesso riconoscenza per averle rappresentate, chi ha riconosciuto pezzi di sé o della propria storia. Vorrei un pubblico vario, curioso, vivo. Uomini e donne, giovani e meno giovani. L’ideale sarebbe che si uscisse dal teatro con la voglia di parlarne, di ripensare a certe frasi, certe abitudini. Magari ridendo. È uno spettacolo per tutti, non serve “capire di teatro” o conoscere i temi: basta aver vissuto.
C’è una scena che per te rappresenta il cuore dello spettacolo?
Sì. Quando Rosaria, la più grande tra le donne in scena, deve scegliere una parola che la rappresenti. E lei sceglie “vergogna”, anche dopo una vita intera. Nonostante l’età, nonostante l’esperienza, quella vergogna resta. Ce la portiamo dietro. Il suo racconto è uno dei momenti più intimi, e ogni volta in sala scende un silenzio diverso, pieno.
Com’è per te, come donna e artista, affrontare ogni sera questi temi?
È una sfida, ma anche una liberazione. Ogni volta che salgo sul palco è come se dessi voce a tante storie non dette. Però lo faccio con leggerezza, anche facendo ridere. Non voglio salire in cattedra.
Voglio stare sul palco con verità, e un po’ di autoironia. E sentire la sala che ascolta in silenzio mi fa sentire meno impotente.
Nel tuo lavoro con Pont d’Art Italia dai spesso voce a personaggi femminili molto forti. È unascelta consapevole?
Sì. Fin dall’inizio ho scelto di raccontare personaggi femminili complessi, veri, contraddittori. A volte tragici, come Maria Antonietta o Francesca da Rimini. Altre volte più quotidiani, come quelli che porto in questo spettacolo. Ma sempre donne che pensano, reagiscono, cadono e si rialzano.
C’è spazio per collaborazioni future con associazioni, scuole, centri culturali o antiviolenza?
Assolutamente sì. Questo spettacolo è pensato per viaggiare. Mi piacerebbe molto portarlo in scuole, festival, rassegne, centri culturali, ma anche in collaborazione con chi lavora sul territorio. Non è uno spettacolo “contro”, è uno spettacolo “per”: per riflettere, per parlare, per riconoscersi. Vorrei portare questo spettacolo in giro ovunque si voglia aprire uno spazio di riflessione. Chi vuole organizzare una replica può scrivermi a info@pontdartitalia.com oppure visitare il sito www.pontdartitalia.com.
Francesca Bruni
Contatti:
Per leggere le altre interviste, clicca nel LINK






