Best Entertainment Intervista Betty Salluce
Care lettrici e lettori della pagina Interviste di Bestentertainment abbiamo il piacere di presentare la giovane artista italiana Betty Salluce che in questo periodo le sue opere si possono osservare al Gaggenau di Milano fino al 4 dicenbre. La ricerca di Betty Salluce si concentra sul senso del tempo e dell’identità e sul rapporto tra l’essere umano e lo spazio che attraversa e abita. Ma curiosi di conoscerla le abbiamo fatto delle domande, buona lettura…
Ciao Betty, benvenuta, raccontaci un po di te, dove sei nata, il tuo percorso professionale…
Ciao a tutti! Sono nata a Matera nell’inverno del 1992, ma sono cresciuta a Montescaglioso, un posto splendido che per me è stato davvero fondamentale. Ho avuto un’infanzia molto libera, fatta di spazi, esplorazione e tempo. Credo che proprio lì abbia iniziato a formarsi il mio modo di guardare il mondo. Da bambina amavo creare. Disegnavo tantissimo: se mi trovavo seduta a un tavolo, molto probabilmente stavo disegnando. Montescaglioso è stata in qualche modo catartica per me: è il luogo in cui ho sviluppato la mia curiosità e il bisogno di trasformare ciò che vedevo in qualcosa di mio. È anche un territorio profondamente stratificato, dove il passato e il presente convivono continuamente, e credo che il mio interesse per i luoghi, per le tracce e per ciò che rimane venga anche da lì.
Ho frequentato il Liceo Artistico Carlo Levi di Matera, anni in cui ho avuto la possibilità di sperimentare molto. Mi sono avvicinata alla scultura, che ho amato moltissimo, e poi alla fotografia, che da allora continua ad accompagnarmi. Successivamente sono arrivata a Carrara e poi a Torino. Torino è stata una tappa molto importante per la mia formazione, non soltanto accademica ma soprattutto umana e professionale. Ho avuto la possibilità di lavorare in diversi atelier e, in particolare, nei loro studi, a contatto diretto con il lavoro di Luigi Mainolfi e Paolo Grassino. È stata un’esperienza preziosa, perché stare dentro un atelier, vedere come nasce un’opera, osservare i materiali, i gesti, i tempi e tutto ciò che normalmente non arriva davanti agli occhi del pubblico, mi ha insegnato moltissimo.
Ho lavorato anche sui set cinematografici fino alla pandemia. Poi ho sentito la necessità di cambiare ritmo e mi sono trasferita in Toscana. Avevo bisogno di natura, di silenzio e di uno spazio più ampio. Avevo bisogno di tornare a una dimensione più istintiva, di osservare e di avere nuovamente un rapporto quotidiano con il paesaggio. E anche questo, inevitabilmente, è entrato nel mio lavoro. Il mio percorso artistico è sempre stato abbastanza contaminato: mi muovo tra fotografia, pittura e tecniche più manuali, senza sentirmi legata a un unico linguaggio. Mi interessa soprattutto il rapporto tra immagine, memoria e materia, e tutto ciò che può trasformare un’esperienza o una percezione in qualcosa di concreto.
Chi è l’artista che ami di più? Dove prendi l’ispirazione per disegnare?
Non saprei davvero scegliere un artista solo. Mi piacciono moltissimi artisti e spesso per motivi completamente diversi: Bacon, Rothko, Maria Lai, Bourgeois, Burri e tanti altri.
Mi interessa quando un artista riesce a costruire un linguaggio così personale da rendere riconoscibile il proprio modo di guardare il mondo. Non cerco necessariamente un riferimento da seguire, quanto piuttosto degli artisti capaci di aprire delle possibilità.
L’ispirazione non mi arriva necessariamente dal disegno. Il disegno per me è più un mezzo, uno strumento attraverso cui riesco a riportare fuori qualcosa che prima ho visto o immaginato nella mente. L’ispirazione può nascere da un’immagine, da un ricordo, da un odore, da un paesaggio, da una superficie, da una cosa apparentemente insignificante. Può nascere semplicemente dal vivere. A volte qualcosa che osservo rimane dentro di me senza che me ne accorga e poi torna fuori dopo giorni, mesi o addirittura anni. Credo che il mio lavoro nasca molto da questa sedimentazione: raccolgo immagini, sensazioni e frammenti e poi, a un certo punto, sento la necessità di restituirli in qualche forma.
Cosa ti piace e cosa detesti?
Mi piace la curiosità, mi piacciono le persone che hanno qualcosa da raccontare, la natura, i luoghi che conservano una memoria e le cose imperfette, quelle che mostrano il segno del tempo.
Sono particolarmente affascinata da ciò che rimane: una traccia, un frammento, una superficie consumata, un oggetto che porta con sé una storia. Forse anche per questo mi appassiona molto l’archeologia.
Trovo incredibile il fatto che attraverso un frammento possiamo riuscire a ricostruire qualcosa che appartiene a un tempo lontanissimo. Mi piace l’idea che i luoghi non siano mai completamente vuoti, ma continuino a conservare qualcosa di chi li ha attraversati. In questo senso anche Matera e Montescaglioso hanno avuto un ruolo importante nella mia formazione: sono luoghi in cui il passato non è qualcosa di separato dal presente, ma è continuamente visibile, stratificato. Detesto invece la superficialità, l’indifferenza e tutto ciò che tende a rendere le cose uguali. Mi infastidisce quando si perde la curiosità di andare oltre la superficie.
Quali tecniche pittoriche utilizzi? Il computer ha un ruolo nella realizzazione delle tue opere?
Non mi piace parlare di una tecnica unica, perché il mio lavoro nasce proprio dall’incontro tra linguaggi diversi. Utilizzo la fotografia, la pittura, la stampa fotografica su diversi materiali, il ricamo, il filo e diverse tecniche manuali. Il computer fa parte del processo, soprattutto quando lavoro con la fotografia e con l’elaborazione delle immagini, ma per me rimane uno strumento. La parte manuale è altrettanto importante mi interessa molto il gesto, la superficie, la materia e la possibilità di intervenire fisicamente sull’immagine e modificarla. Mi piace che nel lavoro rimanga anche qualcosa di imperfetto, qualcosa che racconti il gesto e il passaggio della mano. Credo che sia proprio nel dialogo tra ciò che è più tecnologico e ciò che è invece profondamente manuale che riesco a trovare il mio linguaggio.
L’esperienza più bella fatta finora? Dove si possono vedere e acquistare le tue creazioni?
Sicuramente la mia prima personale a Milano è stata un’esperienza importantissima. È stato un approdo che non sarebbe stato possibile senza alcune persone che hanno creduto nel mio lavoro e, in particolare, senza Sabino Maria Frassà, che come curatore ha avuto un ruolo fondamentale nel portare la mia ricerca a Milano e nel darle spazio. Vedere il mio lavoro occupare uno spazio interamente dedicato a me, lontano dai luoghi in cui sono cresciuta e ho iniziato a lavorare, è stato molto emozionante. Ma ancora di più lo è stato vedere le opere entrare in dialogo con persone che non conoscevano il mio percorso. Quando lavori a lungo su qualcosa, finisci per conoscerne ogni dettaglio. Quando invece l’opera esce dal tuo studio e incontra gli altri, comincia quasi una seconda vita. E credo che sia proprio questo uno degli aspetti più belli del fare arte. La mostra “Punti di Contatto”, curata da Sabino Maria Frassà, è attualmente visitabile presso Gaggenau, in Corso Magenta 2 a Milano, e resterà aperta fino al 4 dicembre. I lavori esposti sono inoltre disponibili per l’acquisto.
Come sei caratterialmente?
Sono abbastanza istintiva, curiosa e sicuramente testarda. Quando qualcosa mi interessa faccio fatica a lasciarla andare e tendo a cercare, scavare, capire. Sono anche una persona molto sensibile, forse fin troppo a volte. Mi accorgo molto delle cose, anche di quelle piccole, e probabilmente è proprio questa attenzione che poi ritorna nel mio lavoro.
Credi nei sogni?
Sì, assolutamente. Però non penso ai sogni soltanto come a qualcosa che aspettiamo che accada. Credo nei sogni quando diventano una direzione. Penso che alcune cose abbiano bisogno di essere immaginate prima ancora di poter essere realizzate. L’arte, in fondo, per me è anche questo: dare una forma a qualcosa che prima esisteva soltanto dentro di noi.
Qual è il periodo artistico che ami di più?
Non ho mai avuto un unico periodo di riferimento, perché credo che ogni epoca abbia qualcosa da offrire. Mi sento però particolarmente attratta dal Novecento, un secolo di grandi fratture e di profonde trasformazioni nel modo di concepire l’arte. Mi affascina soprattutto il momento in cui gli artisti iniziano a mettere radicalmente in discussione l’idea tradizionale di opera, il rapporto tra artista e materia e i confini stessi tra pittura, scultura, fotografia e altre forme espressive. Penso alle avanguardie, all’Informale, all’Arte Povera e a tutte quelle ricerche che hanno spostato l’attenzione dall’oggetto finito al processo, al gesto, alla materia e all’esperienza. È una libertà che sento molto vicina anche al mio modo di lavorare: non avere necessariamente un linguaggio prestabilito, ma lasciare che sia l’idea a suggerire di volta in volta il mezzo più adatto per esprimerla.
In futuro dove ti piacerebbe vivere? E se avessi una bacchetta magica… viaggeresti nel tempo?
Mi piace pensare di poter vivere ancora molte altre vite. Mi capita spesso di immaginarmi in luoghi diversi e non so se riuscirei davvero a scegliere un solo posto in cui vivere per sempre. Sono però molto legata al Sud, alla mia terra, che per me resta sempre casa. Allo stesso tempo ho bisogno di muovermi, conoscere e lasciarmi attraversare da luoghi e persone nuove. E sì, se avessi una bacchetta magica viaggerei nel tempo. Chi non lo farebbe? Tornerei all’origine delle cose: mi piacerebbe vedere i dinosauri, la comparsa dell’uomo, osservare come era il mondo prima di noi. Poi mi sposterei da una civiltà all’altra, cercando di dare risposta a tutti quei dubbi e quelle domande che ancora oggi abbiamo sulle loro culture, sulle loro abitudini e sul modo in cui vivevano.
Tornerei sicuramente nell’antica Grecia e nell’antico Egitto, civiltà che mi affascinano profondamente, ma soprattutto vorrei poter vedere con i miei occhi ciò che oggi conosco soltanto attraverso fotografie, libri e testimonianze. Entrare fisicamente in quei luoghi, osservare le opere nel loro contesto e vedere il mondo con gli occhi di chi lo ha vissuto sarebbe, per me, un’esperienza straordinaria.


