BIANCO come interpretazione d’Arte

BIANCO come interpretazione d’Arte

Bianco. Un non-colore. Ma anche l’insieme di tutti i colori possibili. Bianco per schiarire, bianco per lumeggiare, bianco per tracciare sul nero.

E bianco su bianco? Che senso ha fare qualcosa che abbia lo stesso colore di ciò che ha intorno? Come potrà delinearsi una forma o una figura se si confonde con lo sfondo?

“Il bianco ci colpisce come un grande silenzio che ci sembra assoluto”, ci spiega allora Kandinsky. Ecco, il bianco come assenza di suono. Come luogo della purezza, luogo del niente o luogo dell’invisibile…

Perché si fa presto a dire bianco… Chiamiamo bianco, con estrema leggerezza, tutto ciò che appare come il punto più chiaro del campo visivo. Ma raramente due bianchi coincidono…


Ho preso quest’opera di Enrico Castellani, considerato da Donald Judd l’ideatore del minimalismo, e forse il primo ad applicarne i principi. Il processo creativo viene azzerato in spazio e forma e vengono vissute le opere artistiche individuando la loro essenza più pura.

La ricerca sulla luce sfocia in un automatismo metodico sulla materia e, in un certo senso, assume toni “sacrali”. La ricerca delle progressioni spaziali diventa matematicamente prevedibile, e, allo stesso tempo, mai certificabile viste le variabili di luce infinite che investono l’opera. Un paradosso oserei dire delizioso.

Per concludere una tela bianca, non sarà mai come un rivestimento bianco, si noterebbe sempre la differenza tra l’uno e l’altro; non solo nei materiali ma anche in base alla propria luminosità che caratterizzerà l’ambiente.

Prossimo articolo una scultura.