Tao per un anno 136

Giudizio

L’accusato sta impotente davanti al giudice.
La penna è sospesa, a determinare
ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Un unico colpo arbitrario,
e la vita è improvvisamente decisa.

I giudici possiedono il Tao? Spassionati al limite della crudeltà, sempre a distinguere sulla base di regole arbitrarie, possono rientrare in una visione concreta del Tao?
La risposta dipende dal contesto. Se parliamo del Tao degli eremiti amanti della natura, sarà no: in quell’ottica nessuno ha diritto di giudicare gli altri. Se parliamo della società, tuttavia, anche i seguaci del Tao accettano la necessità dell’esistenza di un corpo di regole fisse.
Tali leggi rappresentano il cosiddetto Tao sociale. Lontani dal mondo della natura, e in quello degli uomini, ci ritroviamo immersi in distinzioni dualistiche: soltanto allora concetti quali la rettitudine e la pietà acquistano significato. Il giudizio consiste nel paragone fra idee diverse, al fine di stabilire un accordo o un disaccordo con il Tao sociale. Occorre esaminare approfonditamente i fatti. I giudici devono operare distinzioni in maniera chiara e illuminata. Ciò che infine corrisponde al Tao, è verità.
Analogamente, siamo tutti obbligati ad esaminare le circostanze della nostra vita: fa parte delle responsabilità umane. Abbracciare il Tao non ci esenterà dall’emettere giudizi e dal prendere decisioni. Ognuno di noi è giudice e accusato al contempo. Il giorno finale, noi stessi dovremo fungere da esaminatori. Ce l’avremo fatta? O avremo sperperato la nostra preziosa esistenza? Saremo solo noi a deciderlo.